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Nella due giorni (18 e 19 febbraio scorsi) che il Primo Ministro britannico avrà con i capi di stato e di governo dei Paesi dell’Unione Europea sulle richieste di riforma per contribuire alla sua campagna per mantenere la Gran Bretagna nella Ue, i punti di discussione saranno i seguenti:

ZONA EURO – La Gran Bretagna è insieme alla Danimarca l’unico paese Ue che non solo non usa l’euro, ma non è obbligato a farlo. E chiede salvaguardie per il settore finanziario londinese che evitino penalizzazioni conseguenti a decisioni prese in ambito Eurozona. Cameron preme anche affinché la GB possa bloccare la legislazione della Eurozona qualora metta a rischio interessi vitali di Londra. Diversi paesi vogliono specificare che non ci sarà potere di veto e che per un blocco non possa bastare la singola opposizione della Gran Bretagna.

INTEGRAZIONE EUROPEA – Cameron ha ottenuto assicurazioni che gli impegni del trattato per “una Unione più stretta” dei popoli d’Europa non “equivalgano all’obiettivo della integrazione politica”. Ma con una allusione ai federalisti, tra cui Belgio e Francia, la bozza emendata dice che comunque l’integrazione politica “ha ampio sostegno dell’Unione”. Si rassicura per la Gran Bretagna che gli stati Ue mantengono la responsabilità della sicurezza nazionale.Gli autori della bozza stanno anche cercando di chiarire ulteriormente la formulazione per limitare l’evenienza che altri Stati possano cercare di imitare i britannici per ottenere uno status semi-indipendente.

MODIFICHE AL TRATTATO – Per Cameron garantire che le riforme siano legalmente vincolanti ed equivalgano ad una modifica dei trattati Ue è una questione di credibilità interna. Rappresentanti Ue dicono che un accordo tra i leader al vertice costituirà un trattato vincolante intergovernativo e che dunque un impegno a cambiare il trattato non sarebbe necessario. Molti governi temono che l’euroscetticismo montante in Europa renda molto difficile la ratificazione per via referendaria dei nuovi trattati Ue.


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MIGRANTI – A lungo considerata la richiesta più difficile tra quelle avanzate da Londra, la Ue ha offerto una sorta di freno d’emergenza per aiutare Cameron a rispettare la promessa di ridurre l’mmigrazione dalla Ue tagliando i benefici del welfare per i lavoratori comunitari fino a quattro anni, ma prolungabili sino a sette, dopo il loro arrivo. La maggior parte dei governi ha accettato che in circostanze straordinarie la Gran Bretagna abbia il diritto di usare tale “freno”. Ma la Polonia ed i suoi alleati dell’Est Europa vogliono limitare a quattro anni il periodo di penalizzazione dei propri cittadini.La Gran Bretagna vorrebbe arrivare almeno a sette anni, cioè la durata del periodo di transizione in cui ha scelto di non esercitare il suo diritto di vietare l’accesso ai lavoratori dei paesi dell’Europa dell’Est, dopo il loro ingresso nella Ue nel 2004. I rappresentanti di alcuni paesi est-europei indicano che potrebbero accettare che il meccanismo venga usato per sette anni: magari una formula di tre anni prolungabile per altri due più due. Ma vogliono limiti precisi su una proposta che consente al Stati di ridurre gli assegni famigliari per i lavoratori i cui figli vivono in paesi più poveri parametrandoli ai costi locali. Essi vogliono che la regola si applichi solo ai nuovi lavoratori migranti e idealmente solo alla Gran Bretagna, non all’intera Ue. La Gran Bretagna considera le limitazioni solo per i nuovi lavoratori insostenibili, e altri Paesi ricchi vorrebbero ridurre i pagamenti.

Fonte: RSF/WS del 18/02/2016

(Franco C.)

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