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L’anno in corso si sta per chiudere con 370 obbligazioni subordinate di banche Italiane in circolazione per un importo complessivo di 60,5 miliardi di Euro, stime sostanzialmente in linea con l’ultima rilevazione Bankitalia e cioè 61 miliardi, risalente al 2013. A quel tempo la quota in mano al pubblico retail era pari a 35 miliardi, quindi oltre la metà.

Le nuove regole circa gli asset da ricomprendere nel patrimonio delle banche e quelle sul loro salvataggio, hanno apportato modifiche sostanziali. Qual è ora la situazione dei detentori dei bond subordinati ancora in circolazione? Secondo le elaborazioni di Consultique il 90% del totale è stato emesso dalle banche di maggiori dimensioni, un insieme che somiglia molto ai 15 istituti di credito oggetto degli stress test europei.

Non vi è però omogeneità in termini di rischio percepito dal mercato, coesistendo titoli della specie come quello di IntesaSanpaolo scadenza 2026 che rende poco più del 3% e quello con scadenza 2025 di Popolare Vicenza che rende più del 10%: e la presenza del retail è ancora discreta. Consultique ha altresì classificato i bond subordinati in base al lotto minimo, rilevando che quelli con sottoscrizione minima di 1000 euro, presumibilmente in mano al pubblico retail, sono oggi 160 per un controvalore totale di circa 15 miliardi di Euro, poco meno di un quarto di quelli in circolazione. Realistico supporre che al momento dell’acquisto una gran parte di questi sottoscrittori non potesse sapere che dal 2016 in base alle regole del bail-in, si sarebbe trovata tra le categorie di investitori più a rischio.


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Oggi nel nuovo contesto venutosi a creare i singoli emittenti di bond subordinati del sistema bancario italiano, che si è fatto carico della maggior parte dei costi relativi alle quattro banche in crisi (Banca Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti), potrebbero prendere in considerazione interventi di riacquisto di tali titoli, così che il risparmiatore sarebbe davanti alla scelta di eliminare o meno il rischio rinunciando in parallelo agli elevati rendimenti dei bond subordinati. Le banche ne soffrirebbero in termini patrimoniali, almeno per le emissioni finalizzate al patrimonio, ma toglierebbero dal discorso lo spinoso tema reputazionale della sottoscrizione in ignoranza del rischio.

Fonte: RFS/Websim

(Franco C.)

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