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A causa del secondo conflitto mondiale la previdenza sociale italiana subì importanti danni. Come era accaduto per le assicurazioni private, l’inflazione distrusse il valore delle riserve accantonate dagli enti previdenziali. Il sistema finanziario a “capitalizzazione” non aveva centrato il suo obiettivo.

Nel 1945 venne creato il Fondo di Integrazione per le Assicurazioni Sociali, sovvenzionato con contributi espressi in percentuale alla retribuzione, al fine di emettere assegni integrativi in concomitanza con le pensioni. Veniva così immesso il sistema a “ripartizione” che consiste proprio nel determinare il contributo degli assicurati, circa un determinato anno, in una capacità tale da coprire tutte le spese da sostenere durante i dodici mesi, prendendo in esame ogni esercizio singolarmente e senza la necessità di costituire riserve a tale fine. Nel 1947, per stimolare un miglioramento delle pensioni, venne creato il Fondo di Solidarietà Sociale.

Al temine della guerra, le nuove organizzazioni sindacali rivendicarono una previdenza sociale moderna assistiti anche dalla tutela della costituzione repubblicana.
Nel 1947, presso il Ministero del Lavoro, venne creata una Commissione per riformare la previdenza sociale capitanata dal senatore Ludovico D’Aragona. Essa si proponeva di divulgare le assicurazioni sociali a tutti i lavoratori, compresi i liberi professionisti, ma soprattutto di migliorare le prestazioni e le contribuzioni favorendo un lento ma importante passaggio ad un unico ente previdenziale.

Le mozioni espresse nella relazione D’Aragona, tuttavia, non vennero attuate sia a causa di un particolare clima politico, dovuto alla divergenza delle sinistre dallo Stato, sia perché i costi di tale programma non erano ancora alla portata dell’Italia appena uscita dal conflitto bellico. Per tale motivo rimase in vigore la vecchia riforma previdenziale riguardante esclusivamente i lavoratori dipendenti. Durante gli anni Cinquanta la tutela della maternità ed il settore pensionistico furono rivisti e la copertura assicurativa venne ampliata a tutte le categorie di lavoratori. Con una legge del 1950 vennero assicurate alle lavoratrici madri la conservazione del posto di lavoro durante la gravidanza, l’esenzione da lavori potenzialmente rischiosi e venne garantita loro un’indennità giornaliera per il periodo di assenza dal lavoro per ottemperare al loro ruolo di madre.

Nel 1952 la riforma delle pensioni affiancò alla pensione “contributiva” un versamento di “integrazione”, il quale era relativo all’inflazione e al numero dei familiari; in più venne costituito il Fondo adeguamento pensioni. I contributi dovevano essere versati per metà dal datore di lavoro, per un quarto dal lavoratore stesso e per l’altro quarto dallo Stato. Il sistema a “ripartizione”, dunque, venne progressivamente ridotto lasciando spazio alle “integrazioni” costituenti la quota principale della pratica pensionistica. Nel 1957 l’assicurazione obbligatoria venne estesa ai coltivatori diretti mentre, nel 1959, tale prerogativa toccò ai lavoratori indipendenti.

Grazie al miracolo italiano, avutosi durante gli anni Sessanta, si avevano a disposizione risorse più cospicue; l’affermarsi di un governo di centro-sinistra, inoltre, stimolò l’interesse per una politica sociale più marcata.

La revisione effettuata nel 1969 cambiò in maniera importante la formula pensionistica dando vita alla pensione “retributiva” la quale si basava sulla pensione come parte dei compensi percepiti negli ultimi anni di lavoro fino ad un massimo dell’80 per cento. Le pensioni vennero indicizzate in base all’aumento dei prezzi in circolazione e si introdussero le pensioni sociali alle persone aventi età superiore ai sessantacinque anni e senza un reddito all’attivo. Inoltre venne costituita una pensione di anzianità per coloro i quali, nonostante non avessero raggiunto ancora l’età minima per il pensionamento, avevano pagato i contributi per almeno trentacinque anni di servizio. I dipendenti pubblici potevano ottenere tale pensione con il versamento di contributi per soli diciannove anni, sei mesi ed un giorno; tale soglia venne ulteriormente abbassata nel 1973. Tali eventi fecero emergere il fenomeno delle “baby pensioni”, le quali permettevano di andare in pensione ai lavoratori in età tra i trentacinque ed i quaranta anni incidendo pesantemente, per un lungo periodo, sulla popolazione.


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Tra il 1974 ed il 1978 vi fu una radicale riforma del sistema di assistenza sanitaria. Nel 1974 la gestione delle materie di tale ambito venne affidata alle Regioni e tutti i cittadini ottennero il diritto all’assistenza sanitaria; nel 1977 le mutue vennero liquidate riguardo l’ambito dell’assistenza malattia mentre, nel 1978, nacque il Servizio Sanitario Nazionale.

La variazione del complesso della popolazione e le ingenti somme investite, spesso superfluamente, accompagnate da una gestione inadatta alla causa, portarono allo sfacelo, durante gli anni Ottanta, del sistema di sicurezza sociale che si era andato formando. I fenomeni che maggiormente fecero vacillare il sistema pensionistico furono “l’allungamento della vita media” e “l’invecchiamento della popolazione”. A causa del sistema a “ripartizione”, l’INPS iniziò a manifestare perdite imponenti; questo perché tale sistema permette di pagare le pensioni a coloro che ne posseggono i requisiti, i quali erano in costante crescita, attingendo dai contributi versati dai lavoratori dipendenti in attività, tendenti ad una crescita zero, per la scolarizzazione di massa e la disoccupazione derivante dall’introduzione di nuove tecnologie.

All’alba degli anni Novanta, la spesa del settore pensionistico italiano riguardava circa il 17 per cento del PIL, il dato più alto nei paesi della zona Euro. Per tale motivo si ritenne opportuno modificare in maniera efficace il sistema pensionistico, per gestire meglio il flusso di spesa.

Nel 1992 venne varata la cosiddetta “riforma Amato”, la quale era finalizzata a consolidare la connessione fra gli investimenti in campo previdenziale e il Prodotto Interno Lordo, permettere trattamenti pensionistici analoghi fra i vari enti assicurativi e stimolare la diffusione di forme di previdenza integrativa. L’età per ottenere la pensione passò da cinquantacinque a sessanta anni per le donne e da sessanta a sessantacinque per gli uomini, invece la contribuzione minima per acquisire il trattamento aumentò da quindici a vent’anni. La legge venne lentamente implementata fra il 1993 ed il 2000.

Una successiva revisione si ebbe, nel 1995, con la “riforma Dini” la quale ripristinò il vecchio processo passando, ai fini pensionistici, dal sistema “retributivo”, relativo alla media dei compensi degli ultimi dieci anni, al sistema “contributivo”, legato al totale, indicizzato anno per anno, delle quote pagate.

Negli anni recenti, dal 2004 al 2009, sono intervenute altre direttive per rinnovare il sistema pensionistico. Attualmente a tenere banco è la “riforma Fornero”, varata dal Ministro del Lavoro Elsa Fornero, la quale permetterà la pensione anticipata, con il requisito “contributivo”, dopo quarantadue anni e sei mesi di versamenti, dal 2015, mentre la pensione di anzianità eleverà progressivamente il tetto minimo di età dovuto all’ulteriore incremento della speranza di vita fino ad arrivare, nel 2021, a sessantasette anni.

Lo scopo è quello di tutelare il sistema pensionistico ed impedire di accollare alle generazioni prossime il peso di un elevato numero di pensionati, ma soprattutto è quello di diffondere la “previdenza integrativa” mediante i fondi pensione erogati dalle assicurazioni private al fine di limitare l’intervento statale in tale sistema ed evitare l’ulteriore incremento del debito pubblico.

Fonti: ”Capitali, Borsa e Assicurazioni in Italia nella secondà metà del Novecento” di F. Balletta, ed. Arte Tipografica Napoli, Napoli 1997; ”Breve storia delle assicurazioni” di E. De Simone, ed. Franco Angeli, Milano 2011; Il Sole 24 ORE, Speciale “Tuttopensioni”, edizione del 20 marzo 2012.

(Valentino Mancini)

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