Altro

Le banche e le assicurazioni, storicamente, hanno sempre espresso una forte conflittualità dato che si tratta di colossi finanziari che gestiscono entrambe i flussi economici della popolazione e delle aziende. Tuttavia, intorno agli anni Settanta, alcuni gruppi assicurativi che disponevano di ingenti somme cercarono di conquistare nuove fette di mercato per espandere il loro esercizio. A tal fine effettuarono la pratica delle garanzie fideiussorie tramite le quali i clienti potevano attingere a risorse economiche in banca in modo più agevole. Alcune banche accettarono le garanzie ma la maggior parte di esse era preoccupata da tale invasione. Le fideiussioni accordate dalle compagnie, però, tenevano conto di criteri di indagine, ai fini concessori, diversi da quelli effettuati dagli istituti di credito. Al fine di delimitare meglio i rispettivi raggi d’azione nacque la necessità, da parte delle banche, di sottoscrivere trattati con le compagnie di assicurazione. Vennero create diverse formule assicurative abbinate alle operazioni bancarie tra le quali quelle legate al conto corrente o al libretto di risparmio. Esse garantivano il doppio o il triplo della somma accumulata in caso di morte o infortunio dell’intestatario del conto e l’annullamento di una buona parte del debito, in caso di scoperto.

L’intesa fra questi colossi finanziari si accrebbe con i “fondi comuni di investimento”, costituiti in Italia nel 1983. Un elevato numero di imprese italiane di assicurazione sottoscrisse accordi per la creazione di tali fondi, fra i quali si possono citare quello fra le Generali e la Banca Commerciale Italiana, che costituì il fondo Genercomit il quale permetteva di associare proposte di risparmio a polizze di assicurazione vita; quello fra l’Ina e la Banca Nazionale del Lavoro per la fondazione del fondo Interbancaria, analogo al fondo Genercomit; quello costituito dalla stessa Ina, nel 1983, col nome di Ina Valore Attivo, il quale permetteva il collocamento dei premi vita in investimenti finanziari gestiti dal suo fondo azionario; infine, quello generato tra la SAI e gli istituti di credito San Paolo di Torino, il Banco Lariano ed il Credito Romagnolo, per l’istituzione del fondo Eurofond.

Successivamente, un ulteriore elemento di coesione fu l’elevata diffusione delle agenzie. A tal proposito i fondi comuni erano collocati dai vari sportelli bancari e dagli agenti di intermediazione assicurativa. La prima banca estera che decise di approfittare dell’alta propensione al risparmio e della bassa considerazione verso le assicurazioni presenti in Italia fu la Citibank. Essa esordì nel 1987 con la costituzione della Citifin tramite l’affiliazione di un gruppo di broker e formando gli impiegati, specializzati in investimenti, alla conoscenza dei prodotti assicurativi. Vi era la possibilità di sottoscrivere una polizza attraverso il quale l’assicurato era tutelato in caso di morte nei confronti del debito presente, così come per i prestiti. In più, vennero create polizze contro i furti, gli incendi, e per la tutela delle auto.


SPONSOR

SPONSOR


Altre compagnie inserite nel settore bancario nel 1987 furono la Toro e la Reale Mutua. In campo finanziario, la Toro, capeggiata da Umberto Agnelli, presentava una imponente operosità mentre la Reale Mutua, presieduta da Pier Carlo Romagnoli, esercitava nel circuito tramite la Banca Subalpina e la Fiscambi.

Sul finire degli anni Ottanta, ovunque si svilupparono trattati fra banche ed assicurazioni in prospettiva del Mercato Unico Europeo. Le “bancassicurazioni” mostravano importanti connubi di uomini e di risorse. Quando gli accordi da realizzare si presentavano difficoltosi le banche preferivano costituire delle proprie compagnie di assicurazione. In Italia, nel 1989, la Banca Commerciale fondò l’Assibanca finendo per controllare il 40 per cento del ramo vita nazionale.

Tuttavia vi erano due diverse fazioni circa la fusione fra ramo bancario e quello assicurativo. Quelli a favore ritenevano che le attitudini dei loro cicli produttivi rendevano assai proficue le sinergie reciproche nei rispettivi segmenti di mercato e, al contempo, contribuivano ad una migliore redistribuzione dei rischi operativi e sistematici, anche grazie alla complementarietà nella acquisizione e gestione delle informazioni. D’altro canto, quelli contrari ritenevano che si trattasse di una convergenza di due strutture fragili le quali avevano la necessità di diminuire il vasto numero di personale e controllare con più razionalità le spese.

Le critiche subite e le varie difficoltà non impedirono alle “bancassicurazioni” di riscuotere un buon successo nella penisola. Dal 1989 al 1993 vi fu un aumento dal 15 al 30 per cento delle polizze vita in rapporto al totale delle polizze del settore. In ogni modo, le compagnie di assicurazione e le banche assumevano sempre un atteggiamento avveduto nel trovare un punto di incontro prima di concludere accordi poiché era viva la paura di perdere la propria conformità originaria. Lo schema maggiormente perseguito dalle banche di modeste dimensioni era quello di pervenire ad accordi commerciali. Invece, dalle grandi banche era spesso utilizzata la joint-venture insieme ad una compagnia assicurativa tramite la creazione di un’impresa finalizzata per la causa. Le porte della collaborazione erano oramai aperte ed avevano spianato la strada ad una notevole intensificazione dei rapporti, i quali oggi sono una consuetudine quasi imprescindibile nel moderno sistema economico.

Fonti: ”Capitali, Borsa e Assicurazioni in Italia nella secondà metà del Novecento” di F. Balletta, ed. Arte Tipografica Napoli, Napoli 1997; ”Breve storia delle assicurazioni” di E. De Simone, ed. Franco Angeli, Milano 2011; ”La <<finanza globale>>: profili economici e di vigilanza”, di P. Scamacci in <<Bancaria>> del giugno 1994, pag.68

(Valentino Mancini)

[RIPRODUZIONE RISERVATA - ATTENERSI A NORME SU COPYRIGHT]

Rating 3.00 out of 5

Articoli correlati :

Lascia un Commento

Created and Administrated by G. C.