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Il Fondo Monetario Internazionale abbassa le stime sul nostro Paese che difficilmente potrà sentire parlare di crescita.

È utile  un focus per evidenziare alcuni fattori che hanno influito nel corso dell’economia del Paese italico.

L’economia italiana ha subito due shock esogeni, ovvero dei mutamenti significativi che hanno contribuito a cambiamenti su mercato: la globalizzazione, quale processo di integrazione dei mercati e la rivoluzione tecnologica provocata dalla diffusione delle nuove tecnologie di informazione e comunicazione. Tuttavia l’Italia ha investito ed investe in maniera ancora poco consistente nella ricerca tecnologica, creando una carenza ed un freno alle possibili potenzialità di sviluppo.

Sul fronte del mercato del lavoro l’introduzione negli anni scorsi delle nuove tipologie contrattuali, ha indotto  nel tempo una dicotomia nel mercato stesso, sovrapponendo lavoratori di vecchio stampo con le nuove forme di flessibilità  inducendo una eterogeneità piuttosto che una omogeneità nel settore lavoro. Insieme ai  costi di aggiustamento  per le imprese, relativamente al processo di reclutamento/dimissione dei lavoratori,  derivanti da un’ elevata protezione all’impiego  si è giunti ad una sclerosi del mercato lavoro.

Il complesso tessuto di regolamentazione normativa di certo non coadiuva alla semplificazione delle procedure burocratiche.

Il debito pubblico cresce incessantemente superando la soglia del 135% e  tali condizioni di instabilità  e fragilità sistemica non possono essere fonte di magnetica attrazione per  gli investimenti provenienti dall’estero.

Il Pil dell’Italia, secondo il Fmi, è destinato quest’anno a salire dello 0,3% (rispetto al -1,9% del 2013 e il -2,4% nel 2012).«Che la crescita sia dello 0,4 o 0,8 o 1,5 non cambia niente per la vita quotidiana delle persone», ha commentato il premier Matteo Renzi, sottolineando che sarà «molto difficile» centrare la stima del +0,8% contenuta nel Def.


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Produttività e crescita dell’occupazione sono conciliabili solo se si riprende la domanda interna. La chiave è l’aumento degli investimenti fissi, che sono la cerniera tra domanda e offerta: da un lato, se ci sono le giuste condizioni esterne, essi sono la componente della domanda che reagisce più rapidamente al mutamento delle aspettative; dall ’altro, essi potenziano la capacità di offerta sfruttando il progresso della tecnologia e rispondendo alla globalizzazione dei mercati e degli stessi processi produttivi.

ll nodo degli investimenti è al centro del dibattito sulla flessibilità delle regole europee ed è la chiave. L’economia globale e le economie avanzate soffrono di un grave deficit di investimento. In Europa il livello di investimento è inferiore al 20% rispetto al 2008.  Ma quale eredità rischia di essere più pesante per le generazioni future? Il deficit di investimento oppure la pesantezza di un debito pubblico crescente? Non possiamo trovare una risposta univoca. Il trade off può essere risolto caso per caso, ovvero in ciò che Bruxelles ha definito  ” risanamento differenziato”.

L’attenzione è ora al 6 agosto, quando è previsto che l’Istat diffonda il dato sul Pil del secondo trimestre. Una eventuale revisione al ribasso farebbe automaticamente salire il deficit, ora stimato al 2,6%. Se l’Istat certificasse una ripresa anemica (l’ultima forchetta indicata dall’istituto di statistica è tra -0,1, e sarebbe il secondo trimestre consecutivo con il segno meno, e +0,3%), il rischio è quello, in mancanza di una eventuale manovra, di un deficit in aumento al 2,9%, a un soffio dal fatidico 3% dell’Unione Europea.

(Laura Godorecci)

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