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Il rischio di un investimento per il comune risparmiatore è ben rappresentato dalla probabiltà di perdere denaro in un intervallo temporale definito, cioè dalla “volatilità”.

Nella gestione attiva di un portafoglio, la scelta dei titoli avviene ad esempio tramite metodologie di valutazione in grado di individuare azioni ritenute “sottovalutate”.

Poi subentra però la necessità di minimizzare l’erraticità dei prezzi in un periodo determinato – massimizzando nel contempo il rendimento – e questo viene soddisfatto utilizzando uno degli indici statistici ricompresi nella “letteratura finanziaria” , appunto il concetto di volatilità.

Ne consegue una opportuna selezione degli strumenti su cui investire prendendo in considerazione la correlazione tra i vari titoli, la massimizzazione della diversificazione con limitazioni sul peso massimo di una singola azione in ottica dell’importanza del singolo settore merceologico, minimizzando per quanto possibile l’erraticità del mercato per fare meglio degli indici di riferimento.

Anche sugli indici delle borse mondiali vengono costruiti i livelli di volatilità (volatilità implicita) ed i relativi trend. I valori recenti indicano ancora una maggiore volatilità in Eurozona rispetto a USA e Giappone.

Come anticipato prima, tecnicamente la volatilità di uno strumento finanziario, di un indice o di un portafoglio può essere resa per mezzo di alcuni valori statistico-probabilistici, senza che vi sia un unico modo per rappresentarla: ad esempio si è soliti considerare la Varianza, che fornisce una misura di quanto  i valori assunti dallo strumento si discostino da un certo valore atteso.


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Spesso al posto della Varianza si usa però la Deviazione Standard –  anche detta “Scarto Quadratico Medio” – che è la radice quadrata della Varianza stessa, in quanto si presta più facilmente ad un utilizzo pratico.

Infine, è frequentemente utilizzato anche il Coefficiente ß (beta), che misura il comportamento di un titolo rispetto al mercato di riferimento, definito matematicamente come il rapporto fra la Covarianza tra i rendimenti dell’asset i-esimo e i rendimenti del portafoglio di mercato (perché la Covarianza fornisce una misura di quanto le due varino assieme) e la varianza dei rendimenti di mercato.


Per quanto riguarda invece l‘Analisi Tecnica, uno degli indicatori che meglio rappresenta graficamente la volatilità del prezzo di uno strumento sono le Bande di Bollinger (nell’immagine qui sotto sono rappresentate dalle linee di colore giallo che “contengono” il prezzo), per la cui costruzione viene usata la Deviazione Standard del titolo in oggetto, in cui una maggiore ampiezza delle bande corrisponde ad un’alta volatilità mentre una minore ampiezza delle bande corrisponde viceversa ad una bassa volatilità; bande convergenti rappresentano volatilità in diminuzione invece bande divergenti rappresentano volatilità in aumento. Questo indicatore e come si utilizza sarà spiegato più dettagliatamente in un futuro articolo.

(Franco C.)

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