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Partendo dal presupposto che è qualcosa più complicato da spiegarsi che da farsi, cominciamo con le definizioni inglesi che introducono la teoria: Short Selling, traducibile in italiano con “posizione corta”, si contrappone a Long Position, cioè “posizione lunga”.

Cosa c’entrano le posizioni lunghe o corte? La teoria dei mercati dice che uno strumento finanziario nel breve e brevissimo periodo (short è traducibile con “corto” ma anche “breve”) è possibile che abbia un andamento negativo mentre nel medio-lungo periodo la teoria afferma che si avrà sempre un apprezzamento dello strumento.

Da qui derivano i termini “prendere una posizione corta/andare short”, che significa vendere allo scoperto credendo che il prezzo dello strumento diminuisca e “prendere una posizione lunga/andare long”, che significa acquistare uno strumento credendo che il suo prezzo aumenti.

Un investitore comune ad esempio acquista un titolo azionario di una certa società per avere un bene che possa durare nel tempo e possibilmente remunerare l’investimento attraverso la partecipazione agli utili della società e l’eventuale apprezzamento del valore del titolo in oggetto. Quindi sostanzialmente l’investitore in questione guadagnerà solo in tempi di Borsa positiva, cioè di mercato rialzista (il “Mercato Toro”).

Ma in caso le Borse o alcuni titoli fossero prevalentemente negativi (in una situazione di “Mercato Orso”, ad esempio come sta accadendo negli ultimi anni), come approfittare in ottica chiaramente speculativa di questo andamento ribassista?

Semplice, si fa l’operazione inversa dell’acquisto, cioè la vendita. Ma come è possibile vendere un titolo che non si possiede? Praticamente è ancora più semplice poichè basta un click al computer, ma in teoria accade che l’investitore che pensa che il titolo della società X perderà valore, si fa prestare questi titoli da chi li possiede (il nostro broker/banca che ci permette l’operazione), li vende e successivamente per chiudere l’operazione (che sarà in guadagno se il titolo perde effettivamente valore) li ricompra.


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Esempio numerico: le azioni della società X valgono 10 Euro ciascuna in questo momento, ma io mi aspetto un prossimo ribasso del prezzo e voglio approfittare di questa situazione. Venderò quindi allo scoperto le azioni al valore attuale di 10 Euro. Come previsto le azioni di lì a poco perdono valore e il prezzo cade a 9 Euro; ritenendo l’obiettivo raggiunto, a questo punto chiudo l’operazione “ricomprando” le azioni della società X al nuovo prezzo di 9 Euro ciascuna. Ora che le ho “ricomprate” le ritrasferisco al suo possessore originale trattenendo la differenza di 1 Euro per azione che sarà il mio guadagno.

Il principio è praticamente lo stesso dell’acquisto: se penso che le azioni della società X si apprezzeranno ed hanno un valore attuale di 10 Euro, allora le acquisterò. Nel caso il prezzo aumenti fino ad 11 Euro ed io mi ritenga soddisfatto, andrò a chiudere l’operazione rivendendole al nuovo prezzo di 11 Euro e porterò a casa un guadagno pari ad 1 Euro per ciascuna azione.

Ci sono differenze di costi fra acquisto e vendita allo scoperto nonostante siano solo operazioni opposte?

Certamente sì: all’acquisto io investirò denaro mio e pagherò una commissione al broker/banca che mi permette l’operazione, oltre ad un piccolo spread denaro/lettera per il Market Maker.

Ma per la vendita allo scoperto invece mi verrà trattenuto in conto un margine pari al valore dell’investimento totale per il successivo riacquisto e pagherò commissioni e spread esattamente come se stessi acquistando, ma in più dovrò fornire una remunerazione a “colui che mi presta i titoli che non ho e vado a vendere”. Quindi nella vendita allo scoperto o short selling che sia, ho un costo maggiore in termini di tasso di interesse sul valore totale dei titoli che mi vengono prestati, quindi il costo aumenta all’aumentare della durata dell’operazione.

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