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All’inizio furono i Mutui Subprime, poi il fallimento della banca d’investimenti Lehman Brothers, quindi la crisi di Dubai ed in contemporanea quella della Grecia, i crac dell’Irlanda e del Portogallo e la minaccia all’Italia ed alla Spagna. La Federal Reserve (la banca centrale USA) avvia una serie di tagli ai tassi di interesse, ma ormai la bolla è scoppiata e gli interventi si perdono nel vuoto. Siamo ancora nel 2007; la crisi finanziaria non si placa.

Nel 2008 le grandi istituzioni finanziarie americane annunciano ulteriori svalutazioni miliardarie. Fannie Mae e Freddie Mac, agenzie di credito ipotecario controllate dallo Stato, sono ormai diventate insolventi: il loro salvataggio avviene attraverso un piano da 200 miliardi di dollari. Finiranno in amministrazione controllata. Lehman Brothers diventa il più grande fallimento della storia con un passivo di oltre 600 miliardi di dollari americani.

Nel settembre 2008 emergono i primi piani dettagli del piano anticrisi USA e parte la stagione delle nazionalizzazioni: finiscono sotto l’ala dell’amministrazione pubblica importanti istituzioni finanziarie americane. La crisi morde ancora e le autorità USA, nei primi mesi del 2009, varano un nuovo piano di aiuti finanziari con il quale si prefigge di acquistare titoli cosiddetti “tossici” per 1000 miliardi di dollari.

Anche la Bank of England (BoE) interviene per sostenere attività nel settore privato. Dal G20 di Londra emerge la volontà di porre in atto iniziative comuni dei governi per rilanciare la fiducia e la crescita; intanto escono i risultati dei primi stress-test (prove di resistenza) avviati sul sistema finanziario USA. Dieci banche “sistemiche” appaiono sottopatrimonializzate e pertanto servono nuovi aumenti di capitale per 75 miliardi di dollari.


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Verso fine del 2009 anche l’emirato del Dubai, pressato dai debiti, viene colpito dalla crisi. Dubai World, società di Stato, con un passivo di ca. 59 miliardi di dollari americani, chiede ai creditori una moratoria sul debito. Se la crisi sembra avvicinarsi ad una soluzione negli USA, nella UE non è così a causa dei “PIIGS”. Infatti il debito greco inchioda il paese e mette a rischio l’Euro. Vengono varate misure a sostegno dal vertice straordinario di Bruxelles per 110 miliardi di euro.

Nell’estate 2010 vengono pubblicati i risultati degli stress-test sulle principali 91 banche europee dove si evidenzia che solo sette hanno superato le prove di resistenza. Sotto il peso dei crack bancari cade l’Irlanda: siamo a fine 2010.

Nell’aprile 2011 anche il Portogallo si vede costretto a chiedere l’intervento UE. Si riaccende la speculazione sull’Euro e dopo la Spagna, che da alcuni mesi è sotto pressione, l’attacco arriva diretto ai Btp (titoli di stato poliennali) italiani. Lo Spread, ovvero il differenziale di rendimento con i bund tedeschi sale a livelli critici.

Viene varato un secondo piano di aiuti alla Grecia e prese alcune iniziative contro la speculazione nel frattempo riacutizzatasi. Negli Usa viene evitato il default elevando in extremis il tetto del debito pubblico vincolando l’amministrazione democratica a severi tagli alla spesa pubblica. Spagna prima ed Italia in seguito cambiano i governi nel tentativo di riprendere fiducia dai mercati , ma dopo una relativa e breve calma, lo Spread dei due paesi ricomincia a salire.

All’attualità i mercati stanno attendendo la concretizzazione delle cosiddette misure “anti Spread “ e “salva Euro” più volte dichiarate ed anche ultimamente accennate dal Governatore della BCE. Appare comunque evidente la primaria necessità per l’Eurozona di avviare una vera politica europea basata su convergenze in tema economico e fiscale e rientro dei debiti sovrani a livelli più accettabili. Inoltre appare non più procrastinabile una revisione dei poteri della BCE tendente a dotarla di strumenti più consoni ad una vera banca centrale.

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